Digital Markets Act: sì alle regole su competizione e concorrenza senza colpire sicurezza e innovazione

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ll confronto con il Mobile Software Competition Act del Giappone, mostra un via possibile: aprire il mercato preservando sicurezza, tutela dei minori e incentivi all’innovazione

Negli ultimi anni la politica della concorrenza ha subito un’evoluzione molto rilevante, ma non del tutto inattesa. Non riguarda più soltanto fusioni tra imprese o cartelli industriali, ma si è spostata dentro gli oggetti che utilizziamo ogni giorno, e in particolare in quello che è ormai diventato un’estensione della mano e della mente: lo smartphone. È attraverso il telefono che transitano i nostri dati personali, la memoria, l’accesso ai servizi pubblici e privati, i pagamenti, l’informazione, l’intrattenimento, e una parte crescente della nostra vita professionale.

Quando così tante funzioni si concentrano in un unico dispositivo, diventa inevitabile che chi ne governa il funzionamento accumuli un potere straordinario. Non solo economico, ma anche regolatorio: la capacità di stabilire le condizioni alle quali altri operatori possono raggiungere gli utenti.

Un esempio rende immediatamente visibile il problema. Se si possiede un iPhone, il canale naturale per ottenere applicazioni è l’App Store; se invece si utilizza un altro smartphone, quasi sempre si passerà dal Play Store. In entrambi i casi il proprietario del sistema operativo stabilisce chi può entrare, a quali condizioni, con quali commissioni, attraverso quali modalità di pagamento e sotto quali standard di sicurezza. Anche la circolazione dei dati, in parte, dipende da queste regole.

Nel linguaggio delle autorità antitrust questa funzione ha un nome preciso: gatekeeper. È il custode del cancello. Chi decide che cosa può arrivare sul dispositivo, in quale forma e a quale prezzo. Ed è attorno a questo potere che, in tutto il mondo, si sta aprendo una nuova stagione di intervento pubblico.

Negli anni, la crescente importanza di questa funzione ha alimentato una critica politica sempre più forte. Troppo potere concentrato in poche mani, barriere all’ingresso elevate per i nuovi operatori, margini ridotti per chi vuole offrire servizi alternativi. Da qui l’idea che sia necessario intervenire per forzare un’apertura e creare più spazio competitivo.

È in questo contesto che si inserisce il Digital Markets Act europeo. La filosofia di fondo è chiara: se una piattaforma è così grande da diventare infrastruttura essenziale, allora deve accettare obblighi particolari. Per esempio, consentire la distribuzione delle app attraverso canali diversi da quelli ufficiali, permettere agli sviluppatori di utilizzare sistemi di pagamento propri, facilitare l’interoperabilità con servizi terzi, evitare pratiche di auto-preferenza.

L’obiettivo dichiarato è ampliare le possibilità di scelta e ridurre la dipendenza dagli operatori dominanti. Sulla carta, una promessa quasi irresistibile: più concorrenza, più alternative, condizioni potenzialmente migliori per chi utilizza i servizi digitali. Ma l’apertura non è mai neutrale. Più soggetti possono entrare in un ecosistema, più diventa difficile mantenerlo sotto controllo. E qui emergono le tensioni che stanno animando il dibattito.

L’approccio europeo privilegia l’apertura come regola generale e riduce al minimo gli spazi di discrezionalità per le piattaforme. Proprio questa impostazione, secondo i suoi detrattori, rischia però di comprimere la capacità di intervento quando entrano in gioco sicurezza informatica, tutela dei minori o protezione dei dati personali. Consentire il download di applicazioni da fonti esterne ai circuiti tradizionali può ampliare la concorrenza, ma aumenta anche il rischio di malware o di pratiche fraudolente. Analogamente, moltiplicare i sistemi di pagamento significa potenzialmente ridurre l’utilizzo di strumenti che gli utenti hanno imparato a considerare affidabili, ad esempio per i rimborsi o il monitoraggio delle transazioni sospette.

La questione diventa ancora più delicata quando riguarda i minori. Se l’accesso a contenuti e mercati alternativi non può essere limitato, chi garantisce che restino in piedi i filtri e le barriere costruite negli anni? Il DMA non nasce come una normativa di protezione dei minori, ma le sue conseguenze possono investire anche quel terreno.

Su questo sfondo si capisce meglio perché l’esperienza giapponese venga osservata con interesse. Anche Tokyo ha deciso di intervenire per riequilibrare il rapporto tra piattaforme e sviluppatori, attraverso il Mobile Software Competition Act. Tuttavia, il legislatore nipponico ha scelto una formulazione diversa. L’apertura alla concorrenza rimane, perché resta comunque l’obiettivo primario di questi nuovi interventi normativi, ma viene accompagnata dalla possibilità per i gestori dei sistemi operativi di mantenere misure necessarie a garantire cybersicurezza, privacy o salvaguardie per i minori.

In altre parole, non un obbligo assoluto, bensì un principio di proporzionalità. Questo dettaglio tecnico ha implicazioni politiche evidenti, perché è un approccio che riconosce la concorrenza come un valore, ma non si ferma a questa constatazione. Per il modello giapponese, l’apertura del mercato deve convivere con altri obiettivi pubblici, e dunque può essere limitata quando il rischio supera il beneficio.

Lo stesso ragionamento vale per l’interoperabilità. Consentire a servizi esterni di dialogare con le funzioni interne di uno smartphone può generare innovazione e nuove opportunità di mercato. Ma implica anche l’accesso a informazioni estremamente sensibili: notifiche, cronologie di rete, dati comportamentali. L’approccio europeo tende a privilegiare l’apertura come regola generale; quello giapponese lascia alle piattaforme un margine per respingere richieste ritenute eccessive o pericolose.

Infine c’è il capitolo degli incentivi all’innovazione. Le grandi aziende tecnologiche sostengono che obblighi troppo stringenti di condivisione di funzioni e informazioni possano ridurre il ritorno degli investimenti in ricerca e sviluppo. È una posizione interessata, naturalmente, ma che trova ascolto in una parte del mondo politico e industriale e ha le sue fondate ragioni economiche e industriali, soprattutto in un settore dove l’obsolescenza è molto rapida e c’è bisogno di continui aggiornamenti per restare sul mercato. La differenza tra i due modelli, ancora una volta, riguarda il margine lasciato alle piattaforme. Nel quadro europeo l’interoperabilità tende a diventare un dovere molto esteso, che può includere l’accesso anticipato a funzioni o informazioni strategiche. Il legislatore giapponese, invece, introduce un correttivo importante: riconosce esplicitamente la possibilità di tutelare l’esercizio legittimo dei diritti di proprietà intellettuale e consente ai gestori dei sistemi operativi di valutare quando e a quali condizioni concedere l’accesso, anche prevedendo forme di compensazione economica.

L’idea è evitare che l’apertura si traduca automaticamente in un disincentivo a investire. La concorrenza deve crescere, ma senza erodere del tutto i benefici dell’innovazione per chi la finanzia.

Il confronto tra le due normative è solo all’inizio e servirà tempo per valutarne gli effetti reali. Tuttavia una cosa appare già evidente: regolare i mercati digitali significa muoversi in uno spazio dove ogni scelta comporta rinunce. Più apertura può voler dire meno controllo; più protezione può tradursi in minore dinamismo competitivo. Per i decisori pubblici la sfida è tutta qui. Non si tratta semplicemente di limitare il potere dei giganti tecnologici, ma di capire quale combinazione di concorrenza, sicurezza, privacy e innovazione sia più coerente con le priorità di una società. Molto dipenderà da come questi principi verranno interpretati dalle autorità e, inevitabilmente, dai tribunali.

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