Hai mai sentito parlare di DigComp o DigCompEdu? Sono i framework europei che provano a mettere nero su bianco cosa significa, oggi, essere davvero “competenti digitalmente”. Non solo per chi insegna, ma per chiunque viva — quindi tutti — dentro questo ecosistema.
Il problema è che, fino a ieri, tutto questo si è tradotto in un caos abbastanza evidente: certificazioni diverse, esami poco omogenei, enti che si moltiplicano e una domanda che resta sempre la stessa — ma questa certificazione vale davvero qualcosa?
I numeri parlano chiaro. Lo studio del Joint Research Centre della Commissione Europea ha contato 27 schemi di certificazione diversi nell’Unione Europea. Ventisette. Con approcci e garanzie profondamente diversi. La Commissione ha provato a risolvere il problema dall’alto, con un quality label europeo unico. Ha concluso che non era fattibile.
È proprio da qui che nasce la UNI/PdR xx:2026. Non è una legge, ma una Prassi di Riferimento dell’UNI — il primo standard aperto al mondo che definisce come si certificano le competenze digitali, con quali garanzie e con quale livello di trasparenza verso chi quell’esame lo sostiene.
Ma chi è UNI? È un’associazione senza scopo di lucro che da oltre 100 anni lavora su una cosa molto concreta: definire standard condivisi, le cosiddette norme tecniche volontarie. È riconosciuta dallo Stato italiano e dall’Unione Europea e funziona in modo abbastanza interessante: mette intorno allo stesso tavolo esperti, aziende, istituzioni, docenti e anche consumatori per costruire regole comuni. In pratica, prova a trasformare il caos in standard.
Questa volta al tavolo c’erano IDCERT e Fondazione Italia Digitale come proponenti, con Accredia, il Ministero dell’Istruzione e del Merito, DINTEC, Unioncamere e CISL Scuola. Il lavoro è partito a luglio 2025, la consultazione pubblica si è chiusa il 24 marzo 2026 e ora si va verso la pubblicazione definitiva.
La novità vera, quindi, non è “una certificazione in più”. È il fatto che per la prima volta qualcuno ha definito come si certifica. E quindi anche quanto quella certificazione è credibile.
Gli esami diventano più solidi: niente più carta, tutto su piattaforme digitali, con identificazione tramite SPID o CIE. Il percorso è strutturato per livelli — almeno 84 domande per il DigComp, 132 per il DigCompEdu — e si sale solo dimostrando davvero le competenze. Agenti di intelligenza artificiale sorvegliano la sessione in tempo reale, mentre i sistemi IA vocali e testuali vengono bloccati durante l’esame. E nessuno può obbligarti a comprare un corso per accedere alla certificazione: la Prassi separa strutturalmente formazione ed esame.
Quello che ottieni è finalmente leggibile e spendibile: Open Badge 3.0, credenziali verificabili secondo lo standard W3C, compatibilità con Europass e IT Wallet. Non solo in Italia. Grazie alla conformità alla norma ISO/IEC 17024 e agli accordi di mutuo riconoscimento IAF/MLA tramite Accredia, le certificazioni rilasciate secondo questo standard sono riconoscibili in oltre 70 Paesi. Non è un programma futuro — è un meccanismo già operativo.
Ma il punto vero è un altro: in un mondo in cui il digitale è ovunque, avere una certificazione accreditata da Accredia non è un dettaglio. È ciò che fa la differenza. Fa la differenza nel mercato del lavoro. Fa la differenza nella pubblica amministrazione. Fa la differenza nei bandi pubblici e nelle graduatorie scolastiche, dove queste certificazioni pesano sempre di più. E fa la differenza per ogni cittadino che vuole sapere che il proprio investimento in competenze digitali vale qualcosa di reale.
Per questo questa iniziativa è interessante: perché non è solo tecnica, ma anche politica nel senso più ampio del termine. È il tentativo, costruito insieme a UNI, Accredia, il Ministero, Fondazione Italia Digitale e tutti gli stakeholder del tavolo, di alzare l’asticella e rendere la certificazione delle competenze digitali un processo più serio, più trasparente e meno improvvisato.
Non risolve tutto, ma cambia il terreno su cui ci muoviamo. E lo cambia non solo in Italia, ma in oltre 70 Paesi nel mondo.

